Maria Montessori

La Maestra

Gisella Lombardi
Letteratura

Un colosso, insomma, un mostro sacro, una rarità sia per queste pagine che per la storia delle donne italiane. Eppure, quanti di noi sanno effettivamente qualcosa su di lei? Riusciamo ad immaginarcela oltre il ritratto sulla banconota da mille lire? Non vecchia, ma una ragazza, non un mostro sacro, ma una professionista?

Di Maria Montessori abbiamo tutti sentito parlare. La maggior parte di noi saprà persino che ha qualcosa a che fare con i bambini e la scuola. Alcuni l’avranno studiata e qualcuno avrà addirittura studiato in scuole che adottano il suo metodo. Un colosso, insomma, un mostro sacro, una rarità sia per queste pagine che per la storia delle donne italiane. Eppure, quanti di noi sanno effettivamente qualcosa su di lei? Riusciamo ad immaginarcela oltre il ritratto sulla banconota da mille lire? Non vecchia, ma una ragazza, non un mostro sacro, ma una professionista?

Maria nasce il 31 agosto del 1870 a Chiaravalle, in una famiglia di nobili proprietari terrieri. Figlia unica, è molto legata soprattutto alla mamma, che sempre la affiancherà. Maria ci racconta che fino all’età di 12 anni non aveva grandi interessi se non la voglia di fare l’attrice; questo fin quando non cambia idea e decide di voler fare l’ingegnere. Ed effettivamente si iscrive ad un istituto tecnico, e con una sola mossa segue le orme del padre ed al contempo lo contesta, in quanto lui la voleva maestra. Come ben sappiamo, non aveva tutti i torti. A scuola son solo due ragazze e i compagni non le accettano, tanto che devono passare le pause segregate per la loro incolumità. Maria si diploma con ottimi risultati e decide quindi di proseguire gli studi. Colta da un’improvvisa ispirazione decide di studiare medicina. Non è la prima donna a farlo, ma quando dopo due anni ‒ e in circostanze poco chiare ‒ entra a medicina, suscita un bello scalpore. Anche qui il suo essere donna la emargina: deve andare scortata dal padre, deve aspettare che gli altri siano seduti per entrare in aula, la prendono in giro nei corridoi. Anche la materia presenta le sue sfide: la prima volta che vede un cadavere sviene. Ritenta, inizia a pagare qualcuno che le fumi accanto per coprire l’odore e infine inizia a fumare lei stessa. Paradossalmente diventa famosa proprio per la sua impassibilità. Non si scompone davanti ai cadaveri, al sesso, al nudo, alle lodi o ai discorsi difficili. Lei sa quanto questo suo coraggio e apparente indifferenza le costino in realtà. Ma non è solo la sua forza d’animo a fare notizia: è donna, e non ci si esime dal commentare anche la sua bellezza. Diventa la «medichessa bella e imperturbabile». Lei vorrebbe che si parlasse solo del suo lavoro, ma al contempo la sua vanità la fa mangiare poco e vestire elegante. Ciò nonostante, non cercherà mai di annullare l’espressione femminile del suo essere donna.

Dal 1894 inizia ad ottenere i primi riconoscimenti accademici e a diventare economicamente indipendente dal padre. Finiti gli studi, inizia a praticare e i suoi interessi si spostano sempre più verso la pedagogia. A dare la svolta decisiva al suo interesse è una tragica vicenda personale. Nel 1895 Maria conosce Giuseppe Montesano, un suo collega. I due si innamorano e Maria rimane incinta. Riesce a nascondere la gravidanza e dà il bambino in balia ad una famiglia per 15 anni. Di questo evento si sa pochissimo: come abbia nascosto la gravidanza, cosa esattamente la spinse a dare via il bambino; ma è chiaro che fu una scelta per lei dolorosissima, probabilmente dettata dal fatto che tenerlo, diventare una ragazza madre, a quell’epoca avrebbe significato non solo la condanna sociale ma anche la distruzione della sua carriera per la quale tanto aveva lottato. Quando torna tutta la sua attenzione è volta all’educazione dei bambini e all’idea di educarli rispettandoli.

Mentre approfondisce la pedagogia, dedicandosi ai bambini con disabilità in un periodo di forte fermento, Maria tiene una serie di conferenze in giro per l’Italia in cui parla di uguaglianza sessuale ed esorta le donne a dedicarsi alla scienza, sostenendo che non è la scienza ma gli uomini di scienza ad essere contro le donne. Per mantenersi studia antropologia, e nel 1906 le chiedono di fondare un asilo. Inizia quindi il suo studio da questo asilo, da questi bambini seguiti da una maestra da lei scelta, che osservava seduta in un angolo della stanza. Da qui inizia il famoso Metodo Montessori: creare un ambiente dove il bambino possa svilupparsi ed auto educarsi, un ambiente che sia però a misura di bambino e non di “proto-adulto”.

Nel 1910 lascia definitivamente la pratica medica per dedicarsi al Metodo ed inizia la sua vita errante. Nel 1913 tiene il primo corso sul metodo montessoriano. Si ricongiunge col figlio, Mario, che la seguirà ovunque, e solo nel testamento riconoscerà come proprio figlio biologico. La tourneè in America la rende famosa in tutto il mondo. Finalmente si parla delle sue idee, non è più solo una bella femminista, per quanto continuerà sempre a sostenere idee femministe, come il diritto delle madri a realizzarsi attraverso il lavoro. Negli anni seguenti Maria e Mario viaggeranno molto, tante saranno le iniziative fondate per e tramite il metodo, tante anche le critiche.

Muore nel 1952 per un’emorragia cerebrale a 82 anni mentre pianificava un viaggio in Africa e lascia al figlio il compito di continuare la sua opera.

Il mito di Maria Montessori inizia con lei ancora in vita. É una personalità volitiva: professa sì la libertà, ma in maniera molto autoritaria e non ama chi non le da sempre ragione. La sua cerchia si fa quindi sempre più ristretta. Forse anche per questo i resoconti di chi l’ha conosciuta in vita sembrano soffermarsi solo sugli aspetti positivi, così come i suoi scritti. Non credeva bisognasse dare spazio alle cose negative e quindi non le annotava. Tale era il suo bisogno di vincere che il solitario era il suo passatempo preferito. Perché se pure si perde non si viene sconfitti.

Ci sarebbe molto altro da dire su di lei e sul suo Metodo che qui non può trovare spazio. Si potrebbe e si è discusso tanto sui meriti del Metodo, sulle innovazioni fatte e da fare, e ci si può anche soffermare sulla sua persona, le sue scelte, la sua testardaggine, il suo rapporto con l’Italia o il suo essere un’amante della buona cucina. Ma qui ambiamo a qualcosa di più modesto: che quel sorriso sulle banconote da mille lire sia ora un po’ più tridimensionale.

 

 

[1] Marja Schwegman “Maria Montessori”, Mulino (1999)

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