Il caso Lieber

La tensione tra Cina e Usa alla base della condanna dell’aspirante premio Nobel

Sara Montesel
Attualità

In questo senso ciò che il caso Lieber ci racconta è come si sia plasmato modificandosi l’atteggiamento occidentale nei confronti della potenza asiatica.

Il 21 dicembre scorso il chimico statunitense Charles Lieber, scienziato di fama internazionale specializzato in nanotecnologie nonché ex capo del dipartimento di chimica dell’università di Harvard, è stato giudicato colpevole dal tribunale di Boston di avere nascosto i suoi legami lavorativi con la Cina. Per capire per quale motivo uno scienziato che da anni viene considerato fra i principali contendenti al Nobel per la chimica rischi il carcere, dobbiamo tornare indietro di qualche anno e ripercorrere la sua storia.

Nel 2011, secondo l’accusa, il professore avrebbe stabilito una partnership con l’università di tecnologia di Wuhan, firmando un contratto triennale che lo identificava come esperto interno al TTP (Thousand Talent Plan), ossia il piano dei 1000 talenti, il programma di reclutamento di talenti di alto livello all’estero istituito nel 2008 dal governo centrale della Cina per riconoscere e reclutare i maggiori esperti internazionali di ricerca scientifica, innovazione e imprenditorialità. 
Nel 2018, tuttavia, l’amministrazione Donald Trump istituì l’operazione China Initiative; tale operazione rifletteva la priorità strategica di contrastare la minaccia cinese alla sicurezza nazionale e costrinse decine di scienziati di alto profilo a dichiarare i propri rapporti con la Cina in un’ottica di trasparenza, nonché per evitare che informazioni strategiche finissero, per l’appunto, in mani cinesi.
Nello stesso anno Lieber veniva interrogato sia dal National Institutes of Health sia dal Dipartimento della Difesa statunitensi, e due anni dopo anche dall’FBI, ma in tutte e tre le occasioni aveva negato la sua partecipazione al TTP.
Non avendo dichiarato la sua partecipazione al programma, Lieber non dichiarò nemmeno gli introiti economici derivanti da tale relazione accademica: lo scienziato infatti percepiva dalla Cina cinquantamila dollari al mese ‒ in parte depositati in un conto cinese, in parte consegnati in contanti ‒ oltre a un bonus di centocinquantottomila dollari ed un finanziamento di 1,5 milioni di dollari per aprire un laboratorio a Wuhan.

Perché mentire a fronte delle pene detentive previste dal sistema giuridico statunitense per false dichiarazioni?
In base alle dichiarazioni rese successivamente all’arresto, Lieber avrebbe avuto il timore di essere arrestato, in quanto era consapevole dell’atteggiamento ostile del governo nei confronti degli accademici che intrattengono collaborazioni con la Cina. Inoltre, è opinione comune che l’ammissione della propria partecipazione al TTP avrebbe probabilmente comportato la fine dell’erogazione di fondi al suo laboratorio ad Harvard. Aiuti sostanziosi, se si pensa che il suo gruppo di ricerca aveva percepito dal 2008 un ammontare di 18 milioni di dollari dal National Institutes of Health e dal Dipartimento della Difesa, enti che richiedono la divulgazione dei conflitti di interessi finanziari esteri.

Secondo il Dipartimento della Difesa statunitense la ragione che sta alla base della China Initiative è la massiccia presenza cinese rilevata nei casi di furto di proprietà intellettuale e spionaggio industriale ai danni di Washington. Tuttavia, non esistono prove in tal senso nei confronti di Lieber, non essendo state riscontrate per l’appunto evidenze che stesse cedendo informazioni sensibili.
A detta di Brian Timko, ex collaboratore del Professore, il governo si starebbe concentrando su situazioni che fino a qualche tempo fa sarebbero state gestite a livello universitario. Inoltre, secondo i critici della China Initiative, tra tutti coloro che sono stati attenzionati dal governo, molti non dovrebbero rispondere del reato di spionaggio e furto intellettuale, ma solamente di non aver dichiarato legami con finanziamenti cinesi.

Secondo diversi accademici il punto focale della questione sarebbe da ricercare nel fatto che l’atteggiamento eccessivamente aggressivo dell’amministrazione statunitense nei confronti degli scienziati che collaborano con Pechino rischia di mettere in pericolo lo scambio di idee che rappresenta il cuore pulsante della ricerca accademica. A maggior ragione se si considera che i legami fra la comunità scientifica statunitense e quella cinese sono molto solidi: secondo un’analisi del 2018, nel 2019 il 9% degli studi scientifici prodotti da istituti cinesi e il 9% di quelli statunitensi avevano come co-autori, rispettivamente, scienziati statunitensi e cinesi.

Nonostante le rimostranze dei membri dei circoli accademici sull’iniziativa cinese, l’atteggiamento del governo statunitense può essere, se non condiviso, almeno compreso. 

In questo senso ciò che il caso Lieber ci racconta è come si sia plasmato modificandosi l’atteggiamento occidentale nei confronti della potenza asiatica. La condotta cinese nei confronti degli stati esteri, infatti, non viene generalmente reputata cooperativa, ma è stata piuttosto giudicata poco trasparente e caratterizzata negli anni da pratiche scorrette oltreché da un clima di chiusura, in cui tutto ciò che avviene o è concesso, avviene in funzione cinese. Per citare un banale esempio basti pensare che oggi le aziende cinesi operano nel mercato globale, ma le aziende occidentali non possono operare in Cina se non con enormi compromessi o rischi legati al furto di proprietà intellettuale.
É importante comprendere che ogni Paese realizza i propri obiettivi perseguendo una precisa strategia. Se da una parte la Cina plasma l’idea di collaborazione su una cultura che spinge ad usufruire delle capacità dell’altro per crescere in forza in modo unilaterale, dall’altra è altrettanto comprensibile che gli Stati occidentali debbano rilevare il pericolo che può derivare dal concedersi senza filtro ad un competitor che gioca a carte coperte.

Dispiace tuttavia realizzare che a sopportare l’onere delle strategie geopolitiche dell’asse Washington-Pechino saranno in primis l’apertura e la libertà che hanno da sempre caratterizzato gli ambienti accademici occidentali.

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