La bellezza nasce sempre dai legami armonici tra le parti.
Questo testo, che evidentemente non appartiene alla serie di articoli sulla storia della filosofia, è in realtà la trascrizione dell’intervento che ho presentato qualche giorno fa (domenica 29 settembre) al convegno cui sono stato gentilmente invitato ad intervenire. Nella meravigliosa cornice del Relais Villa Porta – già Camin Hotel – a Colmegna, nella sala superiore della torretta che affaccia sul Lago Maggiore, si è tenuto un convegno dal titolo: «Il mondo della bellezza: un’opportunità per i giovani».
Con il patrocinio del Rotary Club, distretto 2042 Laveno-Luino “Alto Verbano”, del Comune di Luino e dell’associazione Amici delle Sempiterne, prestigiosi oratori – escludendo, ovviamente, da tale definizione il sottoscritto – si sono impegnati nell’approfondire il tema dell’estetica, della bellezza e della cura di sé, con un ampiezza di sguardi e competenze che raramente si possono ritrovare assieme in un singolo evento. Colgo l’occasione per ringraziare Simona Fontana, che si è impegnata nell’organizzazione come ideatrice primaria e presidentessa dell’associazione sopraccitata, ed Emanuela Lanni, organizzatrice e madrina della giornata, la quale non solo mi ha esteso l’invito a partecipare ma mi ha ospitato e supportato, come fa ormai da molti anni, avendomi accordato un’amicizia che ricambio sentitamente e che considero un bene prezioso.
Sebbene il termine ‘estetica’ nel senso di strumento della conoscenza legato ai sensi, e quindi di disciplina filosofica che si occupa di indagarne la natura, compaia in modo inequivocabile solo nel 1750 (l’Aestethica di Alexander G. Baumgarten), chiaramente il rapporto dell’uomo con ciò che chiamiamo oggi ‘la bellezza’ ha radici ben più profonde. Quello che vorrei tentare di fare stasera, seppur brevemente, è indagare qualche esempio di come nella storia siano stati intesi i concetti di ‘estetica’ e di ‘bello”, nel loro particolare rapporto con la virtù e con la menzogna.
Come sempre, in filosofia, bisogna ripartire dai greci, ed in particolare da un’espressione che riassume il modo di intendere la bellezza nella classicità: kalòs kai agathòs [καλὸς καὶ ἀγαθός] (che tradotto letteralmente significa “bello e buono”). Il termine kalòs ha un valore estetico: quella bellezza concreta e reale che dà piacere quando la si sperimenta con i sensi. Il termine agathòs, invece, indica l’esser buono inteso come qualità morale che appartiene all’animo; si potrebbe definire come ‘il possedere tutte le virtù’ che rendono un essere umano degno di lode. Sebbene questa formula non sia rintracciabile direttamente nella matrice omerica della cultura greca, ma solo in un periodo più tardo (l’Atene della sofistica, a metà del V sec. a.C.), la Kalokagathìa [καλοκαγαθία] è sicuramente una concezione propria di tutta questa cultura; in effetti, è un tòpos ricorrente l’idea che, per principio, ciò che è bello non può che essere buono, e ciò che non è buono è necessariamente anche brutto. A tal punto era una concezione radicata, da valere non solo per gli esseri umani, o gli esseri viventi in generale, ma per l’intero universo. Come già saprete, nella teogonia greca (in particolare ci riferiamo qui ad Esiodo), alla sua origine l’universo non è altro che un vuoto abisso cosmico; per primi compaiono Gea (la Terra), Tàrtaro e Amore; poi Gea genera da sola il cielo (Ouranós) e, con lui, molti figli: il primo è Ōkeanós (l’oceano profondo) e l’ultimo è Chrónos (il tempo). La comparsa di queste divinità naturalmente determinate – con i rispettivi elementi – determina la scomparsa del vuoto abissale e l’avvento del primo ordinamento formale. Da questo punto, ciò che era Chàos diventa Kòsmos, ossia Armonia. E l’armonia è tutt’uno con il bello, perché la bellezza nasce sempre dai legami armonici tra le parti.
A proposito di misure armoniche, sempre nella Grecia antica avviene la scoperta della [sezione aurea (chiamata anche rapporto aureo, costante di Fidia o proporzione divina); benché si dibatta se i Babilonesi e gli Egizi avessero conoscenza della sezione aurea, ad oggi si ritiene che la sua definizione sia stata fissata definitivamente nel VI sec. a.C. dalla scuola pitagorica, nel sud dell’Italia (allora Magna Grecia). Questa misura si ritrova così spesso in natura e in manufatti culturali e artistici temporalmente e geograficamente lontani, da essere considerata come la formula geometrico-matematica dell’armonia e della bellezza.
Quindi, per la concezione prorpia dell’età classica, abbiamo un realtà che è fondamentalmente armonica, al cui interno vi è un essere vivente – l’essere umano – che può portare a compimento la propria perfezione solo congiungendo in sé bellezza e virtù; inoltre, il lògos, (la ragione, il discorso vero perché razionalmente costituito) è in grado di esporre in forma geometrica o matematica la legge stessa dell’armonia materiale tra gli elementi fisici.
Se nell’antica Grecia i concetti di ‘bellezza’ e ‘virtù’ sono strettamente legati, questo sembra accadere anche nei fondamenti della cultura Cristiana. Si considerino ad esempio le decorazioni delle costruzioni architettoniche religiose del medioevo, e l’arte sacra in generale: nella grande maggioranza dei casi tendono a manifestare la virtù interiore con la bellezza esteriore (anche se non quella definita in epoca classica), mentre manifestano la malvagità con un aspetto esteriore spaventoso e deforme. Due esempi paradigmatici possono essere la donna-angelo dei poeti stilnovisti, e la rappresentazione dei dannati nell’inferno dantesco. Certo in quest’ultimo è possibile trovare figure di anime che non hanno di per sé un aspetto sgradevole, eppure tutte sono accomunate da una tristizia interiore che si manifesta concretamente nel loro sembiante. Tutti ricorderete le figure di Virgilio e gli altri abitanti del castello degli spiriti magni, Paolo e Francesca, Farinata degli Uberti e Ulisse. Benché essi, pur da peccatori, evochino sentimenti di pietà e rispetto per la grandezza tragica delle loro figure, nell’aspetto sono tristi. Tutt’altro accade invece nel Paradiso, dove anche l’anima che meno gode della pienezza della grazia divina ha un aspetto esteticamente bello, che deriva interamente dalla grazia che si è conquistata con la virtù.
Allo stesso tempo, nel medioevo, avviene una curiosa inversione. Uno dei dogmi del Cristianesimo è la caduta dell’essere umano dal Paradiso Terrestre, che come è noto avviene in seguito all’inganno di Satana in figura di serpente. Lo stesso Satana, quand’era arcangelo e aveva il nome di Lucifero (‘portatore di luce’), era bellissimo nel sembiante (per quanto gli angeli come immaginati nei testi antichi siano ben diversi dalle forme antropomorfizzate che tutti conosciamo); ma il peccato di cui si macchia (la ribellione verso la sovranità divina) ne causa la caduta all’inferno, e il suo stesso aspetto ne subisce le conseguenze. Egli diviene un essere orripilante e spaventoso, tanto che Dante scrive: «S’el fu sì bello, com’elli è ora brutto,/e contra ’l suo Fattore alzò le ciglia,/ben dee da lui proceder ogni lutto».[1] Ma Satana (l’Avversario) è anche il re degli inganni, della menzogna e della tentazione. E proprio qui appare quell’inversione a cui prima accennavo: per poter tentare e lusingare, egli deve di volta in volta assumere un aspetto che ispiri fiducia alla sua vittima; per questo motivo egli prediligerà presentarsi con un aspetto piacevole e bello, finché non sarà sicuro di aver conquistato l’anima che desidera. In questo modo, dall’idea stessa che il bene è inscindibilmente legato al bello, la figura di Satana (come conviene al ‘signore del sovvertimento’) fa nascere l’idea opposta che, alle volte, la bellezza non sia altro che una maschera fittizia che nasconde dietro sé il brutto e la malvagità.[2] Compare così l’idea della pericolosità del bello, e nascono tutte quelle pratiche di mortificazione dell’esteriorità in nome della virtù.
Ora, sarà necessario compiere un salto temporale notevole dal medioevo cristiano al 1800, ossia a quel periodo storico che in Inghilterra prende il nome di epoca vittoriana. Facciamo questo per proseguire in modo serrato il nostro percorso, e per non lasciar cadere il filo rosso del rapporto tra bellezza, virtù e inganno. Nel 1890 Oscar Wilde pubblica il suo romanzo Il ritratto di Dorian Gray. La storia è nota a tutti: un bellissimo giovane viene irretito dalle idee estetiche di un nobiluomo sulla morale e sulla vita, e dalla bramosia di un pittore per la fissazione eterna della bellezza. Stringe un patto con il diavolo, e la sua anima viene imprigionata in un dipinto, mentre lui acquista l’immortalità. Ciò che interessa notare qui, è che Wilde riprende in qualche modo il concetto classico e quello Cristiano di bellezza e li fonde in un un’unica opera. Poiché il bello è legato alla virtù, più azioni malvagie compie Dorian più l’immagine della sua anima fissata sulla tela imbruttisce, fino a diventare un mostro deforme che il giovane non riesce nemmeno a guardare, perché gli manifesta troppo crudamente quanto sia deviato e ripugnante il suo animo. Allo stesso tempo, per chiunque altro, Dorian è sempre bellissimo com’era stato, poiché questo aspetto così seducente fa da maschera alle brutture che nasconde. Bisogna dire che per lo stesso Wilde, è un difetto che la morale sott’intesa al romanzo («La vera morale della storia è che ogni eccesso, così come ogni rinuncia, reca la propria punizione.»)[3] – sia così evidente – e non abbia un carattere secondario. La sua concezione artistica, il suo estetismo decandista, è riassunta nella prefazione allo stesso romanzo:
In campo artistico, le norme morali non sono regole strettamente legate al valore di un’opera, al punto che il ‘creatore di cose belle’, l’artista, le può usare solo come materiale di lavoro, ma mai come fine dell’opera. L’opera d’arte trova in sé stessa, nella sua bellezza, il suo stesso fine, e qualsiasi tentativo di identificare arte e morale significa semplicemente creare qualcosa di brutto. A tal punto è spinta questa concezione, da scindere il legame stretto che aveva congiunto bellezza e verità nell’epoca classica e, in modo diverso, nel Medioevo. L’arte ha come principio fondamentale quello della menzogna:[4] ritrarre la realtà – anche naturale – così com’essa è significa riprodurre tutte quelle storture, quelle mancanze e quelle asperità che esistono in natura. L’artista deve tralasciare tutto questo, e mentire per creare qualcosa di assolutamente bello. Questo vale non solo nei confronti di ciò che è positivo, ma anche di ciò che è negativo: la bontà dev’essere rappresentata emendata da ogni errore, e la malvagità dev’essere pura e senza giustificazione.
Ci avviamo ora alla conclusione di questo breve intervento rilevando come le figure del ‘bello’, del ‘brutto’ del ‘buono’ e del ‘malvagio’ che abbiamo visto finora sono sostanzialmente rigide e abbastanza fisse. Così come il ‘bene’ nasce dalla capacità di adeguarsi alla norma etico-morale e sostanzialmente all’adesione incondizionata a principi ritenuti giusti, così il ‘bello’ è la manifestazione di un rapporto armonico tra le parti, e segue norme ben precise sia nelle arti che nella figura umana. Nel Novecento tutto questo cambia: gli sconvolgimenti geo-politici dello scorso secolo comportano delle trasformazioni radicali anche nella filosofia e in particolare nella Morale e nell’Estetica. Mi riferisco ovviamente da una parte alle atrocità del Seconda guerra mondiale, e dall’altra al definitivo compimento della rivoluzione industriale, e all’avvento di quella che viene comunemente chiamata ‘età della Tecnica’.
Dal punto di vista morale, il passaggio che si compie è quello dall’adesione a rigidi principi considerati innegabili, all’etica della responsabilità, dove è l’individuo stesso, grazie al suo libero arbitrio, che deve assumersi di volta in volta la responsabilità di decidere in base alla propria concezione della giustizia e del bene. Questo perché non ci si possa più nascondere dietro alla giustificazione “stavo soltanto eseguendo degli ordini”.
Dal punto di vista estetico, l’avanzamento in campo igienico-sanitario, e soprattutto la produzione in serie di oggetti che uniscono l’utilità pratica alla piacevolezza estetica (e che oggi sono a portata di quasi tutti in qualsiasi forma), hanno comportato il superamento dell’estetica intesa come mero possesso o apprezzamento di ciò che è bello. Oggi ogni individuo incarna in se stesso il proprio principio estetico (così come quello etico) e si è passati dal concetto di ‘bellezza’ a quello di ‘stile’. Non solo è in qualche modo necessario ‘avere stile’, ma è addirittura auspicabile avere ‘il proprio stile’ (cosa quanto mai rara data l’evidente omologazione che imperversa). Con il termine ‘stile’ si riassumono vari aspetti dell’esperienza estetica, ovvero la ‘bellezza’ in sé, la raffinatezza dei modi, la cultura, l’intelligenza, la cura del proprio corpo, la gestualità, il modo di parlare e il buon gusto nello scegliere i propri ornamenti e le proprietà in genere. Se tutto questo, un tempo, era considerato un dono degli dèi – e chi possedeva tutte queste qualità era considerato un favorito dalla sorte o dalla divina provvidenza – oggi invece si tratta di disposizioni che si ritengono acquisibili con la giusta applicazione. E qui entra in campo nel mio intervento una riflessione più specifica sulla cosmetica, e sul mondo della cosmesi (ché, mi permetto di farvi notare, ha la stessa radice di Kòsmos, e quindi ‘complesso di armonia ed eleganza’).
Ritengo che quando ci si dedica alla cosmesi, all’arte di dare valore estetico alla fisicità di un individuo, sullo sfondo permanga tutta la lunga strada che il concetto di ‘bello’ ha compiuto fino a noi. Due sono le strade, come direbbe Parmenide, e a mio parere una va seguita e l’altra abbandonata. Quella da abbandonare è la via che concepisce l’estetica come il mascheramento del ‘brutto’, il nascondimento dell’errore, una sorta di ‘finta facciata’ che nasconde l’essere umano difettoso. Questa strada, poiché porta ad agire in modo settoriale e cieco, sicuramente non solo non ottiene mai come risultato l’armonia, ma peggiora sempre la situazione di partenza. Sarebbe lecito usare questa sorta di inganno se almeno permettesse di ottenere quanto ci si propone; ma temo che il risultato sia sempre ben lungi dall’essere qualcosa di ‘bello’. L’altra via, invece, che io credo debba essere seguita, è quella che vede nella bellezza la manifestazione di un’armonia completa, che non punta a nascondere il brutto, ma ad esaltare il bello, a renderlo predominante. Da questo punto di vista, poiché bellezza è armonia, se pure di fronte a noi troviamo qualcosa che consideriamo in parte bello ed in parte brutto, non è eliminando quest’ultimo che si perviene al risultato voluto: ogni eliminazione coatta del brutto è un’azione brutta, e reca con sé la sua punizione – l’incremento del brutto stesso (avrei una lunga e complicata dimostrazione teoretica su questo punto, ma la risparmio a voi, e a me stesso). Ciò che si dovrebbe fare, credo, è creare armonia tra ciò che consideriamo bello e ciò che consideriamo brutto, rendere armonici tra loro i punti di forza e di debolezza, fare insomma l’opera dell’artista, che non è il distruttore di cose brutte, ma ‘il creatore di cose belle’.
[1] Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto 34, vv. 34-36.
[2] Come, sempre nell’opera dantesca, appare la figura di Gerione, il quale personifica la frode e conduce il P. e Virgilio a cavalcioni fino alle Malebolge. D. così lo descrive: «La faccia sua era faccia d’uom giusto,/tanto benigna avea di fuor la pelle,/e d’un serpente tutto l’altro fusto». Dante, Divina commedia, Inferno, Canto 17, vv.10-12.
[3] Da una lettera di Oscar Wilde al direttore del Daily Chronicle, 30 giugno 1890.
[4] Cfr. Oscar Wilde, La decadenza della menzogna.