«Al più grande maestro vivente della scrittura storica, con speciale riferimento al suo maggior lavoro, La storia di Roma»
Christian Matthias Theodor Mommsen fu insignito, nel 1902, del premio Nobel per la letteratura.
Mommsen nacque nel 1817 in una regione contesa tra Danimarca e Prussia, nello Jutland meridionale; si laureò a Kiel in giurisprudenza, specializzandosi in diritto romano.
Durante i suoi studi capì l’importanza delle iscrizioni epigrafiche per la maggior comprensione della materia; decise quindi di partire per quelle terre in cui più erano presenti queste importanti fonti storico culturali: Francia e Italia. Varcò le Alpi da giurista; ritornò in patria da storico.
Mommsen si stupì della quantità di materiale disponibile e delle condizioni in cui versava: “Tamen ut hodie jacent inscriptiones Romanae dispersae atque confusae et omni genere fraudis et erroris inquinatae”.
Fu così che, seguendo il consiglio dell’optime Borghesi, Bartolomeo Borghesi, suo magistro patrono amico, si dedicò a copiare e recensire le iscrizioni del Regno di Napoli.
Ma la quantità di materiale disponibile e lo stato in cui versava lo convinsero a compiere anche un’opera di salvaguardia nell’interesse della storia e degli storici, per fermare la lenta ed inesorabile corruzione dovuta allo scorrere del tempo.
La sua opera è costellata di giudizi feroci e dissacranti: Cicerone fu trattato come un giornalista della peggior specie, Pompeo come (solamente) un brillante ufficiale di cavalleria.
Mommsen diede così vita al Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL), un progetto ambizioso (ancora in itinere) che consiste nel trascrivere e recensire le iscrizioni latine, rendendole disponibili agli studiosi; il CIL contiene anche immagini, cosa rivoluzionaria per l’epoca.
Quando Mommsen iniziò a pianificare il CIL, comprese di dover tenere conto anche dei codex, in quanto alcune iscrizioni sopravvissero solo in copia.
Figura importante per il progetto fu quella di Giovanni Battista de Rossi, bibliotecario della Biblioteca Apostolica Vaticana, sia per la sua posizione in BAV sia per il suo costante contatto con i vari collaboratori del progetto.
Per comprendere la rivoluzione di Mommsen nella Storia e le sue motivazioni dobbiamo prima fare un breve excursus sulla storia dei manoscritti epigrafici e sulla loro importanza culturale durante i secoli precedenti all’autore.
Agli inizi del Medioevo, in aggiunta ai testi tardo-imperiali sulla descrizione di Roma, ai cataloghi regionali e ai breviaria, compaiono i testi dei pellegrini cristiani nei quali erano copiate le epigrafi.
Il codex più antico attualmente conosciuto, datato VIII secolo, contiene una collezione di iscrizioni romane.
Per un certo periodo diverse collezioni di iscrizioni ebbero una fiorente circolazione; anche nel Corpus Laureshamensis si trovano una serie di epigrafi romane con il medesimo scopo: descriverla.
Nel periodo successivo, tra l’XI ed il XII secolo, ci fu una mancanza di interesse nella produzione di simili opere: la difficoltà nel comprendere le abbreviazioni e le formule, e lo stato di conservazione delle iscrizioni furono la probabile causa; tuttavia in questo periodo è comune trovare nei manoscritti delle trascrizioni di testi epigrafici a margine.
Dal XIV secolo l’interesse per il mondo antico crebbe, e parallelamente si rinnovò l’interesse per le epigrafi. Questo ritrovato amore per la romanità si unì ad una rivoluzione della scrittura che si ispirò, nelle forme, a quella romana. Le iscrizioni vennero copiate sia per ‘amore disinteressato’ da parte degli umanisti sia per commissione. Ne è un esempio la Silloge Signoriliana, che divenne successivamente la Descriptio urbis Romae dopo la commissione del papa Martino V.
Durante il XV secolo simili collezioni di testi epigrafici continuarono ad essere prodotte con il proposito di promulgare le conoscenze sulle antichità romane. La più importante di questo secolo è il Codex Balbani.
Un differente metodo d’approccio è quello utilizzato nella collezione epigrafica di Ciriaco d’Ancona, figlio di mercanti e mercante lui stesso. Egli trascrisse un enorme numero di iscrizioni che vide non solo in Italia ma anche, durante i suoi viaggi, in Dalmazia, Epiro, Grecia, Egitto e Asia Minore. Fu il primo a trascriverne così tante creando un nuovo genere letterario: i manoscritti epigrafici antichi.
Purtroppo i Commentarii vennero distrutti da un incendio, ma fortunatamente i testi già circolavano tra gli studiosi che ne fecero grande uso.
Dopo il lavoro di Ciriaco le collezioni epigrafiche non si concentrarono solo su Roma ma su tutta l’Italia, prevedendo un’ispezione personale dei luoghi e dei disegni.
Anche a Lorenzo il Magnifico, uomo simbolo del Rinascimento, venne dedicata una collezione epigrafica di iscrizioni latine e greche, seguendo le regole sopra descritte ed ebbe grande successo.
Altre importanti collezioni vennero create da illustri rinascimentali ma non furono mai stampate. Queste non vennero create solo per il piacere dell’antichità ma anche perché erano considerate importanti fonti storico- letterarie; erano usate, infatti, per sistemare una parola corrotta negli anni e per capire il corretto contesto d’utilizzo di una parola.
L’invenzione della stampa portò alla pubblicazione stampata di alcune collezioni, le prime si focalizzarono sulla città di Roma.
È Mommsen stesso che ci spiega l’importanza di queste opere
Le iscrizioni appartengono con ristrette eccezioni non alla letteratura ma alla vita; l’occuparsene procura alla nostra conoscenza dell’antichità un profitto analogo a quel che porta alla cognizione libresca di un paese il viaggiarvi. Noi veniamo a penetrare quel che lo scrittore, specie se è di casa, solo raramente rappresenta, il comune e quotidiano andamento della vita; di sotto le cose noiose e futili spunta fuori anche il caratteristico nel tempo e nello spazio; la lingua giunge al nostro orecchio non puramente quale deve essere, ma come effettivamente è nelle numerose modificazioni individuali; noi veniamo a sapere moltissimo di non notevole valore, ma anche molto che si apprende volentieri proprio per il fatto che non era destinato a giungere alla posterità; in breve questo tesoro di iscrizioni, debitamente adoperato, è assai più di un mucchio di notizie, è – accanto al quadro che la letteratura antica ci ha tramandato di quell’epoca meravigliosa – il suo vero specchio, che senza pretese di ordine ed arte mostra tanto la piattezza e trivialità che la semplicità e grandezza dell’antichità e con la sua immediatezza, illumina di giusta luce, non raramente per prima volta, la tradizione stilizzata o manierata
A Mommsen, dopo una sua conferenza sulla figura dei Gracchi, fu proposto di scrivere Römische Geschichte.
L’opera fu ampiamente criticata dagli studiosi dell’epoca per la rottura della visione storica e per lo stile; ora se si pensa alla storia, a come essa viene concepita e studiata, non si può non pensare alla figura dello studioso tedesco.
Mommsen utilizzò un linguaggio semplice, piano, contrapponendosi allo stile aulico e accademico. La sua opera è costellata di giudizi feroci e dissacranti: Cicerone fu trattato come un giornalista della peggior specie, Pompeo come (solamente) un brillante ufficiale di cavalleria.
La sua natura di animal politicum ‒ che gli fece perdere la cattedra di diritto civile ed inasprire i rapporti con Otto von Bismarck ‒ influì nella visione storica di Mommsen. Il suo essere un liberale radicale lo portò a far coincidere la fine della storia di Roma con la battaglia di Tapso, con la fine della libertà repubblicana.
Anche nel suo Römisches Staatsrecht Mommsen traccia un’idea di uno stato romano moderno e liberale, quello stato tanto agognato tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima del Novecento portò Mommsen a cercarlo in Roma.
Egli fu certamente un autore ‘modernizzante’, però nell’opera vi è un nucleo interno che vive di vita propria, incurante del calco statico in cui vi è calata: è la polifonia che risuona irrequieta e irriverente.
Mommsen nelle note inserì una serie di elementi in contraddizione con le sue tesi; egli creò dei modelli interpretativi ma analizzò e commentò tutti i materiali: nei suoi passaggi ci sono spunti che aprono nuove strade che capovolgono i suoi lavori ma che comunque riconducono alla sua visione.
La sua opera divenne quindi imprescindibile per ogni studioso che si voglia addentrare nei campi già trattati da Mommsen.
Egli compì una rivoluzione nella storiografia tedesca. Se prima l’assetto centrale era la storia politico-diplomatica e istituzionale, con Mommsen si iniziò a considerare le masse, i processi sociali e l’economia.
Egli cambiò l’interpretazione della storia di Roma: da una visione solipsistica ad un’iscrizione di Roma nel contesto italico e, poi, imperiale.
Oltre al CIL, per capire come Mommsen intese l’importanza storica di ogni aspetto quotidiano, sono fondamentali i suoi testi e commenti sulla numismatica e sul Corpus Agrimensorum Romanorum.
Theodor Mommsen fu, prima di ogni altra cosa, uno studioso e nel corso della sua vita pubblicò più di 1500 opere, ma non si ritenne mai soddisfatto; poco dopo avere ricevuto il Nobel morì, nel 1903, e lasciò nel suo testamento un codicillo.
Chiedo ai miei d’impedire dopo la mia morte, per quanto è possibile, la pubblicazione di biografie estese, e particolarmente di non fornire documenti a questo fine. Io nella vita nonostante i miei successi esterni non ho raggiunto quel che avrei dovuto. Casi esterni mi hanno trasferito tra gli storici e i filologi, sebbene la mia preparazione e certo il mio ingegno non bastassero per queste due discipline, e il sentimento doloroso dell’insufficienza della mia opera, di sembrare più che di essere, non mi ha mai abbandonato per tutta la vita, e in una biografia non deve né esser velato né messo in evidenza. S’aggiunga un’altra considerazione. Io non ho mai avuto e mai agognato posizione e influenza politica; ma nel mio intimo, e, credo, con ciò che in me è di meglio, sono sempre stato un animal politicum, e desideravo di essere un cittadino. Questo non è possibile nella nostra nazione nella quale il singolo, e sia pure il migliore, non trascende il servizio nelle file e il feticismo politico. Questo straniamento interno dal popolo a cui appartengo, mi ha indotto in tutto e per tutto a non presentarmi con la mia personalità, per quanto mi fosse in qualsiasi modo possibile, dinanzi al popolo tedesco, che non stimo. Io desidero che anche dopo la mia morte questo non si dia da fare con la mia individualità. Si leggano pure i miei libri, finché durano; quello che io sono stato o sarei dovuto essere, non riguarda la gente.