Per accettare la grazia bisogna svuotarsi
Cosa sappiamo della gravità? “Gravità” o “gravitazione universale” sono termini utilizzati in fisica meccanica per descrivere quella forza che provoca l’attrazione reciproca di due o più oggetti nell’universo – ‘legge di gravitazione universale’. Simone Weil, filosofa francese, è stata la prima ad applicare questo termine alle ‘meccaniche’ degli individui e a costituirne un significato metafisico nell’ambito delle relazioni tra gli esseri umani.
Nell’arco della sua esistenza, Simone Weil è passata dall’essere un’attivista politica fisicamente impegnata, all’immergersi nelle acque felici del misticismo cristiano. La Weil non credeva che il cristianesimo fosse l’unica religione depositaria della rivelazione: al contrario sosteneva che ciascuna delle religioni conosciute contiene epifanie e dev’essere studiata singolarmente. Visse, in definitiva, una vita breve ma vivace, morendo a trentaquattro anni. Particolare il fatto che se lei non avesse, anni prima della sua morte, consegnato alcuni dei suoi quaderni a Gustav Thibon, forse il mondo non sarebbe mai stato testimone della vera e profonda luminosità del suo spirito. Sebbene questi scritti non fossero destinati alla pubblicazione, uno dei suoi amici più cari, Thibon appunto, filosofo cattolico francese, ha successivamente composto e modificato i suoi appunti e li ha fatti pubblicare nel 1947 con il titolo Gravità e grazia (fr. La Pésanteur et la grâce). [1]
Filosofa di origine ebraica, cresciuta in una famiglia ebraica laica, Weil decise per due volte di convertirsi al cattolicesimo, ma alla fine rifiutò di farsi battezzare, perché non poteva accettare l’esclusività che il cattolicesimo comporta, né rinunciare alla filosofia o alla sua formazione ebraica. L’adesione alla religione cristiana significava per la Weil identificarsi con la sofferenza di coloro che erano completamente marginalizzati, coloro che erano stati ‘distrutti dal sistema’. Ed è in questo senso, attraverso l’identificazione con gli oppressi e i perseguitati, che nei suoi testi inizia a emergere la gravità.
La gravità è quel mondo creato che noi tutti abitiamo: è la forza che sostiene il mondo fisico ed emotivo degli esseri umani. È, altresì, la forza che spiega la presenza del comportamento coercitivo umano e, quindi, del male in questo mondo. Così come tra gli oggetti fisici, l’equilibrio deve essere trovato in una relazione emotiva non fisica – di contatto fisico – tra due persone. Un atto di violenza libera una certa quantità di energia che, a sua volta, provoca altra violenza. Si tratta di quel meccanismo per il quale i conflitti generano conflitti, l’odio genera odio e la guerra genera guerra. È un modo naturale di procedere costituito e mantenuto dalla gravità. Per Simon Weil, l’afflizione manifesta la realtà.
La Grazia non è un altro mondo. Esiste insieme alla gravità e si intreccia con il mondo della gravità. La grazia è momentanea, come le scintille che si accendono nel buio. Quando la violenza genera violenza, la grazia sospende le leggi di gravità. Immaginiamo una fionda tesa diretta verso un bersaglio di plastica: più la tendiamo, più danni causerà il proiettile all’impatto. La grazia è una forza che allenta la tensione della fionda e le permette di lasciare solo una leggera ammaccatura, invece di un buco, su questa tavola. La gravità tira le cose verso il basso, mentre la grazia le solleva. Ma per elevarle, bisogna scendere più in basso della gravità. Una persona profondamente afflitta spesso provoca repulsione, anziché pietà ed empatia: in questo caso, bisogna abbassarsi di fronte all’afflitto, e solo così la grazia si rivelerà.
Per accettare la grazia bisogna svuotarsi. Questo assomiglia al concetto cristiano di kenosi (gr. ἐκένωσεν), l’ atto compiuto da Gesù Cristo quando abbandona la propria volontà per ricevere quella divina. Un’idea simile permea l’insegnamento di un mistico tedesco, Meister Eckhart, che scrive: «essere vuoti di cose è essere pieni di Dio». Questo «essere vuoti», per Simone Weil, è «creare il vuoto». Il distacco, come l’estinzione dei desideri nel buddismo, è una chiave necessaria per intraprendere questo processo. Anche quelle che lei chiama «consolazioni», come l’immortalità, l’utilità del peccato e l’ordine provvidenziale delle cose, devono essere abbandonate per creare il vuoto. Anche l’esistenza di Dio deve essere negata, perché Dio non esiste come le cose create.
Simone Weil ci ha lasciato una sorta di teologia ‘negativa’. Pensieri simili si trovano in Dostoevskij: in qualsiasi direzione si vada, sembra non esserci uscita dal torbido. Questa esistenza è stretta nella morsa gravità e la possibilità di riprendere fiato appare solo quando i suoi lembi, momentaneamente, vengono sciolti.
[1] L’autrice del testo fa riferimento all’edizione inglese del testo che reca il titolo Gravity and Grace, trad. ingl. di Emma Crawford and Mario von der Ruhr, Routledge Classics by Routledge, Londra 2002. Il titolo originale dell’opera è La Pésanteur et la grâce, intr. e curatela di Gustave Thibon, Plon, Parigi 1947. In Italia la prima edizione dell’opera porta il titolo L’ombra e la grazia, tr. di Franco Fortini, Edizioni di Comunità, Milano 1951; tale versione è oggi reperibile anche nella seguente edizione: L’ombra e la grazia, Georges Hourdin e Franco Fortini (a cura di), trad. it. di Franco Fortini, testo francese a fronte, Bompiani, Milano 2002. Un’edizione integrale dei Quaderni di Simone Weil è invece disponibile per i tipi di Adelphi: Simone Weil, Quaderni, Giancarlo Gaeta (a cura di), 4 voll., Adelphi, Milano 1982.
Poiché l’autrice fa più volte esplicito riferimento al termine “gravità”, presente nel titolo della versione inglese ma non presente nelle edizioni italiane, si è scelto di mantenere una traduzione letterale coerente con il presente articolo (‘Gravity and Grace’ verrà quindi tradotto come ‘Gravità e grazia’), inserendo nella presente nota tutte le informazioni bibliografiche utili per evitare qualsiasi possibile fraintendimento. [Ndt.]