Rosalind Franklin

Donne nella scienza

Elisabetta Benazzi
Scienza

Rosalind Franklin realizzò la ormai ben nota Fotografia 51, più precisamente la prima foto in cui fu possibile vedere la struttura a doppia elica del DNA, definita da molti esperti “tra le più belle fotografie a raggi X di qualsiasi sostanza mai scattate”.

Donna, ricercatrice, appassionata di scienza del carbonio e del carbone, Rosalind Franklin è stata tutto questo. Una scienziata che ha dedicato la sua vita alla ricerca e il cui contributo è stato determinante nella scoperta della struttura del DNA e il suo meccanismo di replicazione. Tuttavia, al contrario dei suoi colleghi James Watson e Francis Crick, non vinse mai il premio Nobel.

Nacque nel 1920 in Inghilterra, da una famiglia della ricca borghesia composta perlopiù da banchieri – dettaglio importante in una società ancora classista. Unica figlia femmina, si ritrovò confinata in un collegio già all’età di nove anni. Trascorse il periodo degli studi fra i successi e la sensazione di inadeguatezza a causa del clima competitivo poco adatto ad una ragazza timida come lei, costantemente angosciata per i voti. Già a sedici anni aveva le idee chiare: la scienza era la sua via, la sua strada. Mentre in Europa si consumava l’ascesa di Hitler, con l’annessione dell’Austria nel 1938 e i suoi genitori che si preparavano ad accogliere i rifugiati, lei superò gli esami di ammissione al Newnham College a Cambridge e lasciò Londra per trasferirsi nella cittadina universitaria, dove l’influenza delle vicende politiche era ancora minima. Galvanizzata dall’ambiente stimolante di Cambridge, Rosalind ebbe la possibilità di ascoltare i più grandi scienziati del tempo. Fin dalla pubblicazione della sua tesi di dottorato, fu chiaro che i suoi studi sarebbero stati un “breaktrough” (ad esempio per i loro efetti sulla fabbricazione di maschere anti gas con filtri al carbone attivo), tanto da valerle una certa reputazione che le consentì di trasferirsi a Parigi. Nella capitale francese acquisì ancora più padronanza di quella tecnica che sarebbe poi diventata per lei croce e delizia: la cristallografia a raggi X. Allo stesso tempo iniziò ad interagire con un ambiente che le risultava positivamente diverso. Sembra che a Parigi Rosalind fosse riuscita a respirare un’aria nuova e vitale, brulicante di prolifiche collaborazioni e stimolanti conversazioni con i colleghi, che furono la base di diversi articoli da lei pubblicati in quel periodo, grazie ai quali si sentì finalmente ascoltata e considerata. Il fatto che Parigi fosse più aperta ad accogliere adeguatamente un ingegno femminile anche in campo scientifico, era probabilmente dovuto all’emancipazione e alla stima conquistate da donne come Edith Piaf e Simone de Beauvoir.

 Il periodo felice che Rosalind trascorse a Parigi finì però presto, e lei fu costretta a tornare a Londra, al King’s College, dove iniziò a lavorare come ricercatrice associata sotto la supervisione del Professore Maurice Wilkins. Con quest’ultimo i rapporti si fecero ben presto tesi, sostanzialmente a causa di un’incomprensione. Rosalind, forte della sua crescita personale a Parigi, era convinta di poter lavorare in maniera completamente indipendente; allo stesso tempo Wilkins credeva fosse arrivata per affiancarlo. Questa incomprensione portò i due colleghi a non tollerarsi e per questo, mentre lavorava a pieno regime sull’analisi della struttura delle fibre biologiche (ossia sul DNA o acido desossiribonucleico, il maggior costituente dei cromosomi e quindi dei geni), intorno a lei si creò il vuoto. Al King’s College regnava un diffuso maschilismo che entrava per forza di cose in aperto contrasto con il temperamento ambizioso e determinato di Rosalind che non sottostava alla pretesa di cedere il passo agli scienziati uomini, in quanto uomini. Inoltre, a Parigi aveva assaporato e interiorizzato una libertà e un’emancipazione che non erano adatte però al clima di bigottismo londinese. Il contesto tutt’altro che positivo non le impedì tuttavia di mettere a punto una tecnica estremamente innovativa che utilizzava i raggi X per ‘fotografare’, tramite una microcamera capace di produrre fotografie ad alta definizione, materiale vivente e non vivente. Fu grazie a questa invenzione che Rosalind realizzò la ormai ben nota Fotografia 51, più precisamente la prima foto in cui fu possibile vedere la struttura a doppia elica del DNA, definita da molti esperti “tra le più belle fotografie a raggi X di qualsiasi sostanza mai scattate”. Sfortuna vuole che Wilkins, con il quale i rapporti erano sempre più tesi, già prima di questa strabiliante foto partecipasse ad un convegno dove erano presenti anche gli ormai ben più noti James Watson e Francis Crick. Entrambi erano interessati a comprendere il meccanismo di replicazione del gene e Wilkins illustrò al convegno i recenti studi del laboratorio del King’s College, sottolineando l’importanza della comprensione della struttura dei componenti genici per arrivare ad una conclusione sulla replicazione stessa. Successivamente Wilkins si spinse ben oltre, rivelando a Watson e Crick le prime scoperte della dottoressa Franklin, permettendo ai due scienziati di formulare una prima, fallace, ipotesi nel 1951, ma che fu poi perfezionata grazie alla fotografia 51 che Wilkins condivise con i due scienziati a insaputa di Rosalind che allora non lavorava più al King’s college. Insieme a Crick, Watson utilizzò la fotografia 51 per sviluppare il modello chimico della molecola del DNA, il quale fu pubblicato nel 1953 su Nature, mentre il lavoro di Rosalind venne pubblicato postumo su riviste minori. Tuttavia lei non sembrò conscia dell’ingiustizia subita e continuò il suo lavoro al Birkbeck College, dove la sua fama continuò a crescere, con inviti a conferenze sempre più numerosi e la costituzione di un’ampia rete di contatti che le permise di pubblicare con costanza. Continuò a lavorare fino alla sua morte, che avenne nel 1958 dopo una battaglia di quasi due anni contro un tumore alle ovaie. Rosalind, quindi, era già morta quando Watson e Crick vennero candidati al premio Nobel e lo vinsero, nel 1962.

Se è vero che da sempre il premio Nobel non viene mai assegnato postumo, allo stesso tempo il lavoro della dottoressa Franklin non venne nemmeno citato dal comitato del premio. Ed è qui che il lavoro degli storici della scienza, che hanno riesaminato il periodo storico in cui è stata ottenuta la famosa fotografia 51, ci ha aiutato a fare chiarezza e a mettere in luce l’aspetto ingiusto di questa vicenda. Se, da un lato, è vero che la fotografia è stata fondamentale per lo sviluppo del modello del DNA, soprattutto rispetto alla natura elicoidale dei fili antiparalleli a doppia elica, dall’altro non è ancora chiaro se Rosalind avrebbe potuto giungere allo stesso risultato autonomamente – la struttura del DNA – nel caso in cui Wilkinson non avesse diffuso la sua fotografia. Una cosa però è certa: Rosalind Franklin ha pagato a caro prezzo il suo “voler fare ricerca come un uomo”, lavorando più dei suoi collaboratori ma ricevendo la metà dei riconoscimenti. La dottoressa Franklin era una donna emancipata, partecipava alle conferenze in prima persona, pretendeva, giustamente, di essere una “group leader”, avanzava lecite richieste di riconoscimento invise ad una società di uomini, tanto da venire definita dallo stesso Watson nella sua biografia, La doppia elica, come <<la terribile e bisbetica Rosy>>. Non vennero mai riconosciuti i suoi meriti come preziosa collaboratrice il cui lavoro è stato fondamentale nel processo di scoperta della struttura del DNA.

Più onesta ed equa, invece, è la rilettura della sua storia realizzata negli anni successivi alla sua morte. L’immagine di Rosalind viene riabilitata, ad esempio nel libro di Mary Ellman Riflessioni sulle donne – che ha contribuito ampiamente a fondare la critica letteraria femminista – nel quale la scrittrice accusò la biografia di Watson di misoginia. A questo testo ne seguirono molti altri di svariate autrici su questa figura femminile così ingiustamente bistrattata, tra cui The dark lady of DNA. È così che la dottoressa Franklin è diventata negli anni un’icona femminista, pur non essendo mai stata dichiaratamente femminista; era semplicemente una scienziata che voleva fare scienza al pari dei suoi colleghi. Tuttavia, oggi lei è anche un simbolo delle lotte che una donna intelligente deve affrontare per essere accettata nel mondo scientifico.

[3] James D, Watson, The Double Helix: A Personal Account of the Discovery of the Structure of Dna, New York, Atheneum 1968 [trad. it. Gunther S. Stent (a cura di) La doppia elica: trent’anni dopo, Milano, Garzanti Editore 1982

[4] Robert Olby, Storia della Doppia Elica, Mondadori, Milano, 1974

[5] Anne Sayre, Rosalind Franklin and DNA, New York, Norton & C. 1975

[6] Horace Freeland Judson, L’ ottavo giorno della creazione: la scoperta del DNA, Roma, Editori Riuniti 1982

[7] Brenda Maddox, Rosalind Franklin: The Dark Lady of DNA, Londra, HarperCollins Publishers 2002, [trad. it. Rosalind Franklin, la donna che scoprì la struttura del Dna, Torino, Bollati Boringhieri 2004

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