L'Empatia salverà il mondo?

Sara Montesel
Attualità

Nella società del capitalismo e dell’homo homini lupus, insegnare l’empatia a scuola  significa insegnare al futuro uomo o donna a distogliere lo sguardo narcisistico dal proprio ego

La parola “empatia” indica la capacità di comprendere gli stati d’animo e le emozioni dell’altro, o, più semplicemente, il sapersi mettere nei panni dell’altro. Essa deriva dal greco antico empátheia, composto di en-, “dentro”, e pathos, “sofferenza o sentimento”, termine che veniva usato durante gli spettacoli teatrali per indicare il rapporto emozionale di partecipazione che legava il cantore al suo pubblico. Oggi, nell’ambito delle scienze umane, l’empatia designa un atteggiamento verso gli altri caratterizzato da un impegno di comprensione dell’altro che escluda ogni attitudine affettiva personale e ogni giudizio morale, non pertanto una semplice sintonia ma un’immedesimazione nell’altra persona. Sviluppare questa capacità è fondamentale per creare rapporti di fiducia e di amicizia, per prendere decisioni giuste e per combattere le ingiustizie. 

Conscio dell’importanza di educare i più giovani a coltivare questa attitudine, il governo danese ha reso obbligatorio l’insegnamento dell’empatia nelle scuole dal 1993. Per gli studenti dai 6 ai 16 anni viene prevista la cosiddetta Klassen Tid, l’ora di empatia settimanale, materia a cui è riservata la stessa importanza e dignità della più classiche lezioni di matematica e storia. Durante la Klassen Tid gli studenti discutono i loro problemi, aspirazioni, paure, siano esse emozioni legate al rendimento scolastico così come alla sfera privata. Successivamente la classe, assieme al docente, cerca di trovare una soluzione sulla base di un ascolto attivo. I ragazzi vengono così educati all’ascolto e alla reale comprensione del disagio altrui e ciò aiuta la costruzione di relazioni sane, la prevenzione del bullismo e ‒ gettando uno sguardo anche al futuro ‒ il successo nel lavoro di quelli che saranno i leader, manager o imprenditori di domani. Uno dei metodi che i Danesi utilizzano per insegnare l’empatia è il teamworking, il lavoro di squadra, grazie al quale gli studenti imparano non ad eccellere sugli altri ma a costruire un senso di responsabilità nell’aiutare chi non è altrettanto capace, riservando la competizione al perimetro della sfida con sé stessi.

Il valore di questo approccio in una società digitalizzata e sempre più umanamente distante è quantificabile: una ricerca dell’Università del Michigan, ad esempio, ha analizzato come gli studenti universitari di oggi siano il 40% meno empatici degli studenti degli anni ’80 e ’90; e questo coincide con un aumento dei problemi di salute mentale e depressione. Non di meno, il periodo pandemico appena trascorso ha certamente contribuito ad aumentare le distanze umane rendendo ancora più complesso sviluppare questo tipo di capacità verso il prossimo. Tuttavia, lavorare su se stessi in questo senso e trasmettere ai più giovani l’importanza di farlo è fondamentale in quanto permette di favorire l’accettazione di sé e degli altri, superare con più facilità gli stati d’animo negativi, incentivare l’autoregolazione del comportamento e la cooperazione con gli altri. In qualche modo, nella società del capitalismo e dell’homo homini lupus, insegnare l’empatia a scuola  significa insegnare al futuro uomo o donna a distogliere lo sguardo narcisistico dal proprio ego e ad abituarsi all’idea di far parte di un sistema più complesso in cui nessuno viene lasciato indietro perché è responsabilità del più capace sostenere il meno capace.

E in Italia? Anche in Italia esistono delle sperimentazioni simili. Queste però, non essendo istituzionalizzate per ogni scuola, rappresentano ad oggi solo dei progetti isolati, demandati alla lungimiranza di alcuni dirigenti scolastici nei singoli istituti. Pensare di importare un’idea simile in Italia oggi ed applicarla su vasta scala condurrebbe probabilmente a risultati insoddisfacenti e potrebbe anche rivelarsi controproducente.
Le situazioni in Italia e Danimarca, infatti, sono molto diverse perché diversi sono gli sfondi culturali che le caratterizzano: in Danimarca, ad esempio, non si vive il caotico clima politico che si respira in Italia e c’è un maggior senso civico. Queste circostanze, tipiche delle società più evolute, permettono di potersi soffermare su temi diversi ed intraprendere progetti finalizzati all’accrescimento del valore umano dei cittadini; purtroppo, il substrato culturale italiano di oggi, in alcune aree geografiche soprattutto, è ben lontano dal potersi permettere questo lusso perché troppo impegnato a districarsi nella chiassosa giungla sociale dove il senso civico è carente e le tematiche impellenti che necessitano di soluzioni urgenti sono ben distanti dal contemplare l’inserimento dell’empatia tra le materie scolastiche obbligatorie.

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