Da quando ha coscienza di sé l’essere umano riflette sul tema della morte; il suo essere certa, incombente ed inevitabile comporta il doverla, prima o poi, affrontare in prima persona. Attonito e sgomento di fronte al suo destino, l’essere umano ha sempre aspirato alla possibilità di eluderlo per poter realizzare quel desiderio spasmodico di vita eterna. Questo tema è foriero di una tale fascinazione che, metaforicamente, si esprime anche nella celebre leggenda del ‘Graal’ e dei coraggiosi cavalieri che partono alla ricerca di questa mistica coppa ‒ calice dell’Ultima Cena e contenitore del sangue di Gesù Cristo crocifisso ‒ che simboleggia un inafferrabile oggetto del desiderio capace di donare a chi ne è degno la vita eterna – fisicamente o spiritualmente.
Vi sono ritrovamenti archeologici che inducono a credere fermamente che già antiche civiltà abbiano praticato, spesso in relazione a concezioni mistico-religiose, una sorta di rianimazione cardio-polmonare, seppure in modo ingenuo e senza una reale conoscenza scientifica del reale funzionamento del sistema cardio-respiratorio. Oggi queste tecniche sono state ampiamente esplorate, studiate e raffinate pur avendo sempre, se non le stesse metodologie e teorizzazioni, il medesimo scopo: strappare l’uomo mortale a ‘thanos’ – la morte.
Ci si trova oggi di fronte alla scomposizione del concetto di ‘morte’ in almeno quattro differenti determinazioni che danno luogo ad una polisemanticità ambigua che sarà necessario affrontare e, per quanto possibile risolvere.
Ai nostri giorni sono sostanzialmente due i criteri con i quali si può dichiarare il decesso: quello cardiorespiratorio e quello cerebrale o neurologico; il primo è principalmente utilizzato per stabilire in modo definito ed inequivocabile la morte del paziente (per esempio se le lesioni sono tali da rendere impossibile la rianimazione), mentre il secondo riguarda di prassi i casi di pazienti in stato di coma irreversibile – con il quasi completo azzeramento delle funzioni neurali.
Il tema può risultare a prima vista estremamente complesso e per questo ‒ in nome della semplicità e della chiarezza ‒ sia consentito cominciare nominando un recente articolo pubblicato lo scorso agosto su JAMA (una rivista di stampo squisitamente medico che gode di grandissima fama sul piano internazionale) nel quale eminenti esperti del campo si sono espressi con toni polemici circa la mancanza di conoscenza certa e i dubbi ancora irrisolti che permangono attorno ai fondamenti teorici di queste prassi mediche. Gli autori dell’articolo esprimono la consapevolezza urgente di dover formulare un documento scientifico generalmente condiviso che comprenda tutte le dichiarazioni relative alla determinazione della ‘brain death’ (morte cerebrale), riesaminando tutti i database ed includendo articoli dal 1992 ad oggi, identificando con chiarezza i più utili e pertinenti.
Di particolare importanza teorica ed umana è un caso occorso alcuni anni fa e divenuto famoso a livello mediatico che servirà ora come esempio concreto per gettare luce sulla complessità e sulle contraddizioni insite in queste pratiche mediche. La vicenda di Alfie Evans ha inizio nel dicembre 2016; il piccolo Alfie a soli sette mesi dalla nascita viene ricoverato in terapia intensiva a causa di una patologia neurologica degenerativa non ancora conosciuta e, un anno dopo, l’equipe medica decreta la sospensione della ventilazione artificiale che lo tiene in vita perché non è scientificamente ipotizzabile alcuna possibilità di guarigione. I genitori non si arrendono e chiedono il trasferimento presso l’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma per tentare nuove cure sperimentali ma il giudice dell’Alta Corte inglese, così come la Corte Suprema Britannica, si esprimono a loro sfavore, avallando la decisione medica di interrompere tutti i supporti vitali del bimbo. Seppure il governo italiano decida di dare la cittadinanza al piccolo nella speranza che gli sia concesso il trasferimento, questo non accade. Nell’aprile 2018 viene spento il supporto respiratorio di Alfie e i medici sono costretti a idratarlo nuovamente visto che contro ogni previsione le funzionalità respiratorie naturali non si arrestano. Nel medesimo giorno viene rifiutato anche da parte della Corte europea dei diritti umani il ricorso contro il divieto di trasferimento e il portavoce della Commissione Europea afferma che non vi è alcuna legge che possa essere invocata per portare Alfie in Italia; il 28 aprile si constatò il decesso di Alfie Evans.
Questa vicenda ebbe anche altri risvolti di carattere giuridico, riportando l’attenzione mediatica su presunte pratiche di asporto di organi per trapianti da bambini dichiarati deceduti negli anni dal 1988 al 1995 proprio all’Alder Hey Hospital di Liverpool, dov’era ricoverato Alfie Evans. Sarebbe superficiale non leggere in quest’ultima vicenda il possibile nesso tra la pratica medica della dichiarazione di morte cerebrale, i trapianti di organi, e il possibile asservimento di tale agire medico a fini tutt’altro che etici, ed a dubbi interessi. In questo senso la tensione concettuale che si mette in rilievo è profonda, e si costituisce sulla base di molteplici assunzioni teoriche nel campo sociale, etico, scientifico e giuridico – assunzioni che andrebbero rivedute e discusse con attenzione.
Storicamente, l’articolo scientifico che determina la definizione di ‘morte’ vincolata al paradigma cerebro-centrico è quello redatto dalla Commissione Harvard, istituita nel 1968 (teniamo a mente che la grande espansione della pratica del trapianto di organi sorse in concomitanza e, dal momento che questi due concetti convergono e si intrecciano tra loro, l’impatto del primo sul secondo non può essere assolutamente sottovalutato ) e che contava al suo interno prevalentemente medici ma anche un giurista, uno storico e un teologo. L’articolo fu intitolato “A Definition of Irreversible Coma” e aveva la pretesa di fissare con certezza scientifica un nuovo ed attendibile criterio di morte, definendola come “la perdita totale e irreversibile della capacità dell’organismo di mantenere autonomamente la propria unità funzionale”. Successivamente nel 1981, sempre negli Stati Uniti, fu pubblicato lo “Uniform Determination of Death Act” (UDDA) che aveva lo scopo di uniformare la definizione di ‘morte’ e di fornire risposte adeguate sotto il profilo medico-biologico sebbene, tuttavia, non fecero altro che ribadire l’idea che la morte cerebrale sia da identificarsi con la morte dell’intero encefalo (“whole brain death”) ‒ considerato come l’organo critico dell’integrazione corporea ‒ e che si palesa nella non responsività e non ricettività psicologicamente intesa (incoscienza) nei confronti di un ambiente esterno. La cessazione irreversibile di tutte le funzioni cerebrali determina la perdita irrimediabile dell’integrazione delle varie componenti dell’organismo e dunque la morte dell’individuo.
Questo documento suscitò non poche critiche sia da parte del mondo medico, sia da parte di giuristi, bioeticisti e filosofi. A tal proposito è il caso ora di portare il discorso su di un piano più propriamente filosofico, nel tentativo di far emergere spunti di riflessione sulla dimensione etica e normativa di questo tema, ponendo sotto una lente d’ingrandimento l’effettiva correttezza teorica di queste pratiche mediche.
Innanzitutto, si può affermare che vi sia una coincidenza tra la cessazione pressoché completa delle funzioni cerebrali diagnosticata e la ‘morte’ dell’individuo in quanto tale? Ovviamente i medici, a causa della natura essenzialmente pratica del loro lavoro, si vedono costretti a prendere decisioni che avranno conseguenze effettive e spesso anche definitive rispetto alla vita – o alla morte – del loro paziente. Tuttavia l’interrogativo rimane: è lecito assumere la cosiddetta ‘morte cerebrale’ come ‘morte’ tout court anche se indubitabilmente il cuore batte ancora, i capelli e le unghie crescono, i tessuti si rigenerano e c’è segno, seppur minimo, di attività metabolica? In altre parole bisogna conciliare il fatto che l’individuo sia da considerarsi morto sebbene il suo organismo continui in qualche modo a vivere.
In Italia, il Comitato Nazionale per la Bioetica pur avendo recepito e analizzato le critiche giuntegli, ritiene valido solo il criterio di ‘morte cerebrale totale’ – “intesa come danno cerebrale organico, irreparabile, sviluppatosi acutamente, che ha provocato uno stato di coma irreversibile” – con la motivazione che, nonostante si possa notare una residua attività elettrica e metabolica ancora in atto, ciò che conta è l’assenza di integrazione e in questo caso viene meno la caratterizzazione propria dell’individuo come sistema complessivo. Ma, eticamente parlando, stiamo seguendo la miglior strada possibile?
Ha fatto scalpore un caso accaduto all’inizio del 2019 e che certamente commuove per la sua tragica particolarità: una donna ha partorito un bambino nonostante si trovasse in coma da quattordici anni in una struttura ospedaliera protetta dopo essere stata abusata da un infermiere. Al di là del deprecabile gesto, viene spontaneo chiedersi se l’incoscienza in cui versava la donna da più di un decennio possa dirsi sufficiente per decretare la cessazione di un’esistenza umana che manifesta una tale e complessa integrazione generale da essere capace di generare una nuova vita. Anche assumendo il cervello come ‘supremo organo integratore’, in questi casi dobbiamo chiederci se il concetto di ‘integrazione’ che oggi adottiamo sia poi così calzante quando spostiamo l’attenzione sull’individuo umano inteso come singolo, unico e irripetibile. La chiarificazione di piani e livelli semantici e concettuali deve essere chiarita se non si vuole andare incontro a inconsistenze teoriche. Anche le neuroscienze stesse suggeriscono che i riflessi motori non possono stabilire la presenza o l’assenza di funzioni neurologiche integrative superiori e che il potenziale di recupero della consapevolezza cosciente attraverso neuro-genesi e neuro-plasticità non possa essere escluso in toto. Dati questi ‘insight’, sembra lecito affermare che la valutazione comportamentale legata alla non risposta sensoriale dell’individuo versante in coma non equivale necessariamente ad un’assenza di consapevolezza. Rimane da sottolineare che dalle revisioni compiute su centinaia di casi di constatazione di morte, non è stato possibile accertare che tutte le funzioni del tronco encefalico fossero completamente e definitivamente assenti ma, nondimeno, in tutti questi casi è stata dichiarata la ‘morte cerebrale’ avallando la pratica di esproprio degli organi cosi come determinato dalla prassi vigente.
Afferma Aristotele che è proprio dell’uomo ben istruito il non insistere nella ricerca di una maggiore precisione nella conoscenza rispetto a quanto il soggetto stesso dell’indagine non ammetta. La realtà di certi tipologie di concetti – ai quali appartengono forse ‘vita’ e ‘morte’ – può essere imprecisa in sé stessa, o perlomeno potrebbe esserlo la conoscenza che da questi si ricava.
Tuttavia assumere acriticamente come vero e corretto uno stato di cose che si riconosce allo stesso tempo come ‘impreciso’ rischia di essere pericoloso, soprattutto quando esso è alla base di pratiche concrete – come quella medica – che hanno conseguenze dirette e immodificabili sulla stessa vita o morte degli esseri umani.
Per quanto si possa ritenere che i criteri ad oggi adottati siano la miglior spiegazione possibile, il lettore converrà nel ritrovare una certa paradossalità in relazione ai concetti oggettivi che si utilizzano in campo biologico (‘vita’ e ‘morte’ sopra tutti).
Ci si trova oggi di fronte alla scomposizione del concetto di ‘morte’ in almeno quattro differenti determinazioni ‒ morte cardiaca, morte complessiva del cervello, morte del tronco encefalico e morte ontologica ‒ che danno luogo ad una polisemanticità ambigua che sarà necessario affrontare e, per quanto possibile, risolvere.